Abbigliamento made in Italy: davvero è sempre etico?

L’etica è anche nello scegliere come vestirsi: spesso l’etichetta non dice tutto quello che ci sarebbe da dire su sfruttamento, disagio, povertà, pericoli degli operai delle fabbriche tessili.

Scegliere eticamente riguarda ogni gesto quotidiano, anche quello che sembra più insignificante. Anche vestirsi può fare la differenza. Spesso si parla di pellicce e dell’abominevole usanza di indossarle; meno della lana, o della seta, che pure sono da eliminare dal proprio guardaroba. Ma quando ci capita in mano un vestito in fibre vegetali, magari non troppo costoso, non di rado anche chi segue una dieta senza crudeltà lo compra. Oppure c’è chi – al di là delle scelte alimentari – compra abiti di lusso, pagandoli a caro prezzo.

Com’è che sia, vestire è un’azione che ha tante implicazioni. E non solo perché, sebbene sia vero che l’abito non fa il monaco, è anche vero che l’abito è un linguaggio, e assume una valenza semiotica. L’abito ci permette di scegliere se appoggiare chi sfrutta persone o meno. Lo sfruttamento che si nasconde dietro il confezionamento di vestiti è oltre ogni immaginazione. Non solo in luoghi come Cina, India o Bangladesh, come è ormai risaputo: tutto ciò avviene anche in casa nostra, in Europa. Luoghi come Serbia, Romania, Bulgaria, Ucraina o la cosiddetta Transnistria, ospitano fabbriche-lager dove le case di moda italiane più blasonate vanno a farsi confezionare i loro modelli a due soldi, per poi rivenderli a carissimo prezzo. La qualità di queste confezioni non è però più alta di quella di vestiti di fascia medio-bassa. L’imperativo è risparmiare su tutto: materiali, manodopera. Così da guadagnarci il margine più alto possibile. Parliamo di persone costrette a turni di lavoro massacranti, anche di 10-12 ore, e pagate 100 o 200 euro al mese, facilmente licenziabili e quindi ricattabili, talora confinate nel perimetro della fabbrica dove hanno un posto per dormire, si può dire, accanto alle macchine da cucire. Non vedono mai l’esterno, fanno la spesa accompagnate dai loro aguzzini e questo significa per queste persone il massimo della libertà. Naturalmente oltre a iperlavorare e a farlo quasi gratis, gli operai sono sottoposti anche a rumori assordanti, e a rischi elevatissimi di tumore (per esempio se lavorano nei reparti di colorazione dei tessuti).

Ma anche dove si legge l’etichetta Made in Italy, non bisogna lasciarsi trarre in inganno. Un po’ perché la legge italiana dice che solo due dei quattro passaggi della produzione di un capo di abbigliamento devono essere fatti in Italia affinché si possa apporre questa etichetta; ma succede, in zone come Prato e la Toscana, o il Veneto, che vi siano scantinati dove moderni schiavi cuciono questi vestiti, persone che sono immigrate nel Belpaese sperando in una vita migliore e costrette a ripagarsi il debito contratto con i loro “trasportatori” lavorando gratis per alcuni anni in condizioni oscene, senza sicurezza alcuna. Non sono solo adulti, spesso sono anche bambini. Certo, l’interrogativo è: com’è possibile che questi carnefici non vengano scoperti? Come si può impiantare una fabbrica di confezioni in uno scantinato e restare nel totale anonimato?

Purtroppo l’incrocio tra mafia nostrana e straniera, soprattutto cinese, la corruzione ancora dilagante, rendono possibili simili situazioni. Qui, a due passi da casa nostra, ci sono scantinati poco areati e illuminati artificialmente dove centinaia di persone passano quasi l’intera giornata a cucire. L’obbrobrio di certe usanze è grande quando avviene in Paesi dove non ci sono normative, ma è veramente incomprensibile quando avviene in Italia, un Paese dove le norme sanno essere terribilmente stringenti. Il paradosso italiano però sembra essere proprio questo: meno si rispetta la legge, meno si è chiamati a rispettarla.

Oltre alle terribili condizioni in cui versano questi operai, c’è anche la perdita di fiducia verso quel marchio che dovrebbe essere indizio di affidabilità, rispetto delle normative, creatività, ma anche salubrità dei materiali. La cosa ha anche un risvolto, per così dire, filosofico: viene meno un patto tra consumatore e produttore, anzi, il produttore diventa talmente anonimo da non mettere neanche il suo nome sul cartellino, dove c’è scritto solo un generico “Made in Italy”. Ma è un Made in Italy che non ci appartiene, che non ha nulla a che fare con l’Italia e la sua storia, o forse sì, forse ha a che fare col malaffare che da troppo tempo la governa, forse ha a che fare con una certa mancanza di senso civico che pure affligge questa penisola.

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Post Author: crueltyfree

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