Il codice etico disatteso di Benetton

Sul ponte Morandi e sulle sue vittime si è detto di tutto, per questo motivo abbiamo preferito mantenerci in silenzio. Quello a cui la cronaca ha però rivolto un’attenzione minima è la necessità che tutte le aziende, soprattutto quelle molto grandi come Benetton, rispondano (non solo a parole) a precisi standard etici.

Il recente caso di Benetton e Autostrade riporta alle cronache la questione degli intrecci tra affari e politica.

Sul ponte Morandi e sulle sue vittime si è detto di tutto, per questo motivo abbiamo preferito mantenerci in silenzio. Quello a cui la cronaca ha però rivolto un’attenzione minima è la necessità che tutte le aziende, soprattutto quelle molto grandi, rispondano a precisi standard etici. Certo, molte realtà si dotano di un codice etico o di una mission che tra le sue finalità ha anche una certa deontologia, e anche Benetton ne ha uno. Ma evidentemente questo non basta.

La mancata manutenzione del ponte, così come lo stato in cui versano diversi altri ponti di Autostrade per l’Italia e tanta viabilità minore , mostrano come si dia molto spazio ai profitti (parzialmente comprensibile, visto che non si tratta di associazioni caritatevoli) più che alle persone. Ma, inutile dirlo eppure necessario, a tutto c’è un limite.

Nel Codice etico del Gruppo Benetton si legge testualmente: “Il Gruppo ispira la propria attività ai principi contenuti nel Codice e si impegna a non intraprendere o proseguire alcun rapporto con chiunque dimostri di non condividere il contenuto e lo spirito” e che questo “ha validità in tutta Italia e all’estero”.

I valori che animano il Gruppo sono tutti nobili: “legalità, onestà e correttezza”, “integrità”, “lealtà e buona fede”, “trasparenza”, “rispetto delle persone”, “sicurezza, salvaguardia della salute e delle condizioni di lavoro” e altri su questa falsariga come “benessere economico e crescita della comunità” o “rispetto e salvaguardia dell’ambiente”. Fa male riportare queste frasi, mentre una tragedia di una società di cui i Benetton sono principali azionisti si è appena consumata e altre sono successe all’estero. Fa male e lascia piuttosto attoniti. Ma si sa, il codice etico è una formalità necessaria sebbene non obbligatoria per ogni azienda, soprattutto per le grandi multinazionali che devono ammantarsi di una qualche forma di pedissequa bontà.

Qualcuno ricorderà che anni fa si verificò un terribile incidente in una fabbrica tessile in Bangladesh che produceva anche per Benetton. Notizie che passano quasi sotto silenzio, chissà come mai. Eppure il codice del Gruppo Benetton coinvolge anche gli stakeholders. Benetton rispose che l’azienda non era informata, che gli audit non riguardano gli edifici in cui sono ospitate le fabbriche e che le commesse riguardavano il passato. Ma se i fornitori sono fra i destinatari nel codice, è mai possibile che l’azienda mandataria non si informi su come questi lavorano? Delle due l’una: o c’è cattiva fede, o si lavora male. Entrambe le situazioni non sono accettabili. Infatti anche per quanto riguarda il ponte Morandi si è lavorato male. Le indagini diranno come.

Certo, si potrebbe dire che Autostrade è una cosa e Gruppo Benetton è un’altra. In fondo Atlantia, che gestisce Autostrade (non solo in Italia ma anche in Brasile, Cile, India e Polonia oltre a diversi aeroporti!), non è, di per sé, Gruppo Benetton. Si dà però il caso, ormai tutti lo sappiamo, che il principale azionista, Sintonia spa, sia controllata completamente da Edizione srl, che è una società facente parte del Gruppo in questione. E ancora nel Codice etico si legge che “responsabilizza coloro che, a vario titolo, hanno rapporti con il Gruppo Benetton in ordine all’osservanza di detti principi”; che nella gestione degli affari si impegna “ad agire nel rispetto dei principi di correttezza, economicità, qualità e liceità ed operare a seconda delle circostanze con la diligenza professionale o del buon padre di famiglia”. Un buon padre di famiglia, ma piuttosto disattento. E si potrebbe continuare ancora.

Purtroppo sembra che molte di queste belle parole siano state disattese, siano rimaste solo tali. Sarebbe dunque opportuno che i codici etici aziendali non siano solo su base volontaria (anche se ormai una multinazionale che non si dota di una propria deontologia diverrebbe agli occhi di tutti esecrabile più di quanto non sia per il suo stesso status), ma obbligatori e obbligatorio rispettarli, pena pesanti sanzioni. Il tutto sottoponendo anche le imprese a rigidi controlli in tema di rispetto dell’etica.

Non si comprende come sia possibile che uno Stato democratico e civile, come l’Italia o anche il resto degli Stati europei, non impediscano categoricamente la possibilità per le imprese di produrre in aree dove è palese lo sfruttamento di manodopera. Pure è vero che ciò significherebbe intervenire in un sistema economico ultraliberista, e non abbiamo la pretesa di esaurire in questo poco spazio un tema che richiederebbe l’intervento di personalità molto più competenti di noi. Ma i passi si possono compiere, se lo si vuole. E questi sembrano davvero minimi e necessari. Come era necessaria la manutenzione del ponte Morandi, o il suo pur richiesto abbattimento, non curandosi se questo avrebbe provocato disagi alla circolazione di merci e persone per qualche tempo. I disagi adesso ci sono comunque e in più decine di vite sono state spezzate. Quando le merci diventano più importanti delle persone e delle loro vite, delle nostre vite, qualcuno – anzi, chiunque di noi – dovrebbe iniziare a porsi qualche serio interrogativo.

Please follow and like us:

Post Author: crueltyfree

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *