Conad e quello spot sul Sud Italia

“A tutti i nostri ragazzi che vanno lontano, Conad augura buon Natale”. Che cosa importa che lo faccia in modo poco consono, sotto la patina del buonismo natalizio tutto è permesso. Nel silenzio generale.

In occasione delle festività natalizie la Conad, che si distingue per campagne pubblicitarie in cui il cliente si sente come a casa nel suo supermercato di fiducia e in cui il commesso vigila sullo stesso supermercato come un papà, campagne in cui il messaggio insomma è che l’azienda è come una grande famiglia, ha rimesso al centro la famiglia. Peccato che lo abbia fatto usando stereotipi dal sapore quasi razzista.

Protagonista dello spot natalizio è un ragazzo che, il giorno di Natale, riceve una telefonata e deve all’improvviso lasciare famiglia e la calda atmosfera di casa per partire. Motivo, il lavoro. Quel lavoro che al Sud sognano così tanto e così disperatamente da andarsene proprio il giorno di Natale pur di raggiungerlo, come se dall’altro capo del telefono ci fosse per datore di lavoro il Grinch.

La premurosa mamma si procura al volo caciocavalli, taralli e salumi (rigorosamente marchiati Conad, mica come la gastronomia sotto casa o l’azienda agricola del luogo, rinomata per la sua produzione) e li posiziona, come ogni persona sana di mente farebbe, direttamente sulle camicie pulite, stirate e ripiegate in valigia. Perché si sa, i meridionali (la donna ha un forte accento pugliese) sono soliti spalmarsi i vestiti con mozzarelle e formaggi vari andandosene in giro con gli abiti unti e odorosi. E, si sa, i meridionali una valigia non sanno farsela. Forse nemmeno sanno che cosa sia, una valigia, nonostante la usino così spesso per emigrare in cerca di fortuna. Ah, a pensarci bene a compiere questo atto di palese intelligenza è la madre, una donna, e le donne – si sa – non emigrano, loro stanno a casa ad attendere i propri uomini, quindi la valigia non la usano mai.

un momento dello spot Conad

Per fortuna arriva il papà, lui ha un accento meno forte e infatti è più civile: dona al giovane una scheda prepagata Conad, così può farsi la spesa “e pensare a loro”. In effetti al Sud siamo così morti di fame che non pensiamo ad altro che al cibo (anche come mezzo per ricordare i parenti lontani, che mica li puoi sentire ogni secondo su Whatsapp, no, devi fare la spesa per ricordarli), in un eterno dopoguerra.

Il ragazzo parte, l’atmosfera è strappalacrime. La casa, stranamente, sembra invece uscita da quei bei film americani. Ha almeno due piani, è tutta addobbata.

Ecco, uno spot (targato Gabriele Salvatores, attenzione!) infarcito di luoghi comuni, degli stereotipi peggiori. Stupisce come nessuno si sia sollevato per far notare alla Conad il suo epic fail. Qualcuno ne ha parlato sui social, qualche testata online pure. Però è mancata quella presa di posizione forte, ad esempio da parte dell’intellighenzia nazionale, che si ha in favore di altre categorie. Pensiamo, per un attimo, se al posto della mamma meridionale ci fosse stata la mamma africana che mette le banane in un sacco al figlio che parte per raggiungere l’Europa, ambientando magari il tutto in una capanna di paglia con i pavimenti in terra battuta. Probabilmente l’indignazione sarebbe stata generale. Qualche tempo fa si sono indignati i cinesi per la storia degli spaghetti con le bacchette. Be’, c’è una certa differenza tra l’uso improprio delle bacchette, tipo di “posata” diffusa in oriente che nulla ha a che fare con i provoloni messi a ungere le camicie, e l’uso improprio di latticini.

Forse gli ideatori dello spot Conad non si rendono conto che il tasto toccato è drammatico: forse non lo sanno quanti piangono quando partono, quanti lasciano affetti e non possono stare con la mamma e il papà che invecchiano, per rivederli solo quando muoiono, quanti devono lasciare non genitori, ma figli piccoli. Non sanno quanto sarebbe comodo avere al Sud le possibilità non solo lavorative ma anche culturali e infrastrutturali che ci sono al settentrione, quanto sarebbe bello non dover dire “cavolo, la mia vita è sprecata qui, qui non c’è niente”. E così realizzano spot fintamente strappalacrime su sentimenti veri. Facendo passare i meridionali come incivili che posizionano i caciocavalli sulle camicie. Se il contesto fosse stato satirico, comico, poteva pure starci. Ricordando però che fa ridere l’autoironia alla Casa Surace, non l’ironia di chi sta bene verso chi così bene non sta. Ma con quella serietà, il tutto è risultato eufemisticamente poco gentile.

La sensazione che si ha è che, quando si tratta di Sud Italia, a nessuno interessa restituire dignità a quella che in realtà è solo una parte di una nazione intera, quella italiana. Stranamente non si comprende che offendere il Sud equivale a offendere tutta l’Italia. L’altra sensazione è quella che, se si toccano categorie che sono economicamente e politicamente interessanti, ci sono frotte di persone capaci di insorgere con magliette di tutti i colori; se si toccano i meridionali, quelli hanno poco valore in tal senso, quindi perché mai scomodarsi?

Naturalmente quanto scritto non vuole attaccare i tanti, troppi indifesi e deboli che ci sono in questo Paese, ma semmai quanti, dietro una perbenista facciata di altruismo, usano chiunque sia svantaggiato, dicendo di aiutarlo ma inseguendo in realtà il proprio tornaconto.
Buon 2019. Auspichiamo un’Italia in cui si lavori per i diritti e la dignità di TUTTI i migranti, a prescindere dalla loro nazionalità.

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Post Author: crueltyfree

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