L’estinzione degli animali e quell’idea del dominio sui viventi

L’estinzione degli animali è una realtà che non riguarda secoli passati, in cui si cacciava senza ritegno, ma rimane un problema sempre attuale. Purtroppo l’uomo non sembra imparare dal passato, e anche se sembra assurdo, non è interessato al fatto che diverse specie animali potrebbero non esistere più.
Sono tante le specie in via di estinzione: per citarne alcune, due razze di balene ad esempio stanno correndo il rischio a causa della caccia che svolgono i giapponesi. E se il panda è diventato il simbolo dell’animale in via di estinzione, tanto che il WWF l’ha adottato nel suo logo, i numeri sono allarmanti. C’è dell’altro: sembra che le specie a rischio estinzione siano circa 600 in più rispetto a quelle già note. Ad aggiornare i numeri uno studio guidato da un ricercatore italiano, Luca Santini, e pubblicato su Conservation Biology. Le stime delle specie in pericolo andrebbero “aggiornate urgentemente”. Spiega Santini che “spesso questi dati sono obsoleti o inaccurati perché alcune specie che vivono in aree molto remote non sono state studiate adeguatamente. Ciò potrebbe portare a classificarle in modo errato”. Si tratta di animali come il pappagallo pigmeo dal petto rosso o il cervo-topo della Thailandia.

Ciò anche in area mediterranea: nonostante l’aumento del 2% delle aree boschive mediterranee con 1,8 milioni di nuovi ettari tra il 2010 e il 2015 (dati Fao), queste sono più degradate per via di cambiamenti climatici, incendi, scarsità d’acqua e crescita della popolazione. L’incremento delle foreste è importante perché queste immagazzinano miliardi di tonnellate di carbonio. A causa degli incendi nel nord del Mediterraneo ci sono almeno 339 le specie animali e vegetali (ossia, il 16%) a rischio di estinzione.

A rischio secondo la Coldiretti anche la biodiversità delle stalle italiane dove sono a rischio di estinzione 130 razze, di cui 38 di pecore, 24 di bovini, 22 di capre, 19 di equini, 10 di maiali, 10 di avicoli e 7 di asini. Certamente in questo caso sarebbe più opportuno trovare il modo di salvaguardare questo tesoro biologico senza ricorrere all’allevamento per consumo di carne e derivati.
C’è però una buona notizia, se si può definire tale: gli asini sono aumentati in dieci anni del 377%. Tuttavia cacciare, mangiare, disporre dei loro prodotti corporei decidendo chi, come e quanto debba vivere sono pratiche che non rendono giustizia alla complessità e alla bellezza della vita. Custodire una specie vivente solo in virtù della resa produttiva non è un presupposto sano per garantire la continuazione della specie. Certo, la si permette, ma tenendola in vita solo al fine di uccidere gli esemplari che ne fanno parte: un atteggiamento un po’ contraddittorio. Resta il leit motiv di base: a causare l’estinzione è sempre quell’idea secondo la quale l’essere umano può decidere impunemente della vita e della morte degli animali. Idea che dovrebbe essere finalmente superata, in nome della salvaguardia della vita e del diritto a esistere di ciascuno.

Please follow and like us:

Post Author: crueltyfree

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *