Greenpeace e il costo nascosto della carne

Greenpeace ha condotto una ricerca sulle acque di 29 tra fiumi e canali di irrigazione in dieci Stati europei in aree caratterizzate dalla forte presenza di allevamenti intensivi. L’analisi era mirata a trovare presenza di medicinali ad uso veterinario come antibiotici, ma anche pesticidi, nutrienti e metalli.

Il consumo di carne è deleterio per l’ambiente intero e non solo per gli animali. Si potrà obiettare che è sempre esistito, ma certo non ai ritmi con cui lo conosciamo oggi; un tempo la carne era roba da ricchi mentre ora, nei Paesi sviluppati, è roba da tutti.

Per capire quale sia l’impatto degli allevamenti intensivi sull’ambiente, Greenpeace ha condotto durante i mesi di giugno e luglio 2018 una ricerca, sfociata poi in un rapporto pubblicato alla fine di novembre dall’emblematico titolo Il costo nascosto della carne. Sono state campionate le acque di 29 tra fiumi e canali di irrigazione in dieci Stati europei (Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Polonia, Paesi Bassi, Regno Unito e Spagna), in aree caratterizzate dalla forte presenza di allevamenti intensivi. L’analisi era mirata a trovare presenza di medicinali ad uso veterinario come antibiotici, ma anche pesticidi, nutrienti e metalli.

Gli antibiotici, come è facile immaginare, vengono somministrati agli animali per prevenire e combattere malattie, che peraltro sui grandi numeri degli allevamenti è assolutamente necessario tenere sotto controllo per non far scatenare epidemie. Ma i pesticidi che cosa c’entrano con gli animali? Non è cosa di piante? L’allevamento intensivo occupa circa il 75% dei terreni agricoli su scala globale. Questo significa che molti terreni vengono coltivati non per l’alimentazione umana, ma per quella degli animali allevati (la cui dieta è costituita, appunto, da vegetali) e queste colture come cereali e leguminose varie necessitano a loro volta di pesticidi che gli animali mangiano e poi scaricano nelle acque con le loro deiezioni. Queste trasportano anche nitrati, che sono molto pericolosi per le specie acquatiche, e ancora fosfati e metalli.

Il primo problema relativo agli allevamenti è, dunque, l’inquinamento delle falde acquifere e quindi anche del suolo e poi delle colture e di tutto quello che mangiamo. Il secondo problema, che sembra collaterale ma che sta facendo grossi danni e in futuro potrà farne di peggiori,  è quello dell’antibiotico-resistenza. La scoperta degli antibiotici ha permesso di rendere curabili molte malattie un tempo mortali ma non è stata una vittoria definitiva: la resistenza è sempre in agguato, e questo significa far tornare lo spettro di malattie non più curabili.

In Italia la ricerca si è focalizzata sulle acque della Lombardia perché nel nostro Paese gli allevamenti intensivi si concentrano principalmente nella Pianura Padana e soprattutto in quella regione, dove si trova la metà della popolazione nazionale di suini. Le acque analizzate, dunque, si trovano nelle tre province con la maggiore presenza di maiali e cioè Cremona, Brescia e Mantova. Qui sono stati rilevati 12 differenti farmaci veterinari e in uno di questi campioni (quello raccolto a Brescia) ben 7 sostante erano antibiotici, il numero più alto trovato in un singolo campione nel corso di questa indagine. In ciascun campione inoltre c’erano dai 17 ai 23 pesticidi (in totale, 30 diversi tipi, addirittura 9 dei quali non più autorizzati in Unione Europea). Anche i nitrati erano alti, sopra il livello scientificamente suggerito per assicurare la protezione degli animali acquatici più sensibili mentre in due campioni è stata superata anche la concentrazione di nitriti stabilita dall’Ue come indicatore per un “buono stato ecologico” delle acque.

Nitriti e nitrati sono componenti dell’azoto mentre i fosfati lo sono del fosforo; questi due nutrienti sono usati come concime per le piante ma influiscono molto, e negativamente, sugli ecosistemi soprattutto se usati nelle grandi quantità richieste dall’agricoltura intensiva legata agli allevamenti. In Europa, si legge nel rapporto, “il 73% dell’inquinamento idrico da azoto e fosforo causato dall’agricoltura può essere attribuito alla produzione di bestiame”. Attraverso alcuni meccanismi azoto e fosforo portano all’impoverimento di ossigeno e addirittura alla creazione di vere e proprie “zone morte” nei sistemi acquatici.

Alla luce di tutto ciò, Greenpeace invita l’Unione Europea e i governi nazionali a intraprendere alcune azioni. Siccome in Europa si sostengono con politiche comunitarie gli allevamenti intensivi, ad esempio, una delle richieste è quella di non sostentare con la PAC, la Politica Agricola Comune, le aziende agricole che hanno più di 1,5 “unità di bestiame” per ettaro di terreno (1 unità di bestiame è, ad esempio 1 vacca da latte, 2 scrofe o 37 suinetti), che dipendono largamente dalle importazioni di mangimi e che si affidano all’uso di antibiotici come prevenzione. E ancora, chiede di mettere in atto misure per la transizione verso l’allevamento di un minor numero di animali, riducendo al minimo o eliminando dove possibile l’uso di antibiotici, soprattutto abbandonando “l’uso di antibiotici usati
anche per le cure degli esseri umani, al fine di ridurre il rischio di creare batteri resistenti a questi farmaci”. Nel rapporto si legge anche che “nonostante il settore dell’allevamento produca globalmente il 14% delle emissioni di gas serra, riceve un sostanzioso sostegno finanziario dell’Ue, sia direttamente che tramite pagamenti rivolti alle coltivazioni destinate alla produzione di mangimi. L’Ue dovrebbe invece privilegiare i pagamenti per la produzione ecologica di frutta, verdura e legumi per il diretto consumo umano”.

Dati preoccupanti, insomma, che ci riguardano tutti e non solo in Europa. Ridurre il consumo di carne non è una moda, è una necessità che il nostro pianeta ci chiede.

 

 

 

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Post Author: crueltyfree

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