La vera integrazione

Nell’essere migrante c’è il seme della propria emarginazione, nonostante le buone intenzioni di chi accoglie. Occorre rivedere l’accoglienza aiutando chi è straniero a padroneggiare gli strumenti culturali del contesto di approdo.

Fare integrazione con i migranti: argomento difficile e controverso. Probabilmente perché il migrante è sempre visto come un soggetto di volta in volta diverso, emarginato, da cui guardarsi bene o al contrario verso cui avere pietismo, al quale fare l’elemosina, o come portatore di una cultura diversa e lontana che va rappresentata, festeggiata, messa negli stand delle tante feste interetniche. Conoscere e far conoscere usi e costumi dei Paesi d’origine dei migranti è cosa buona e giusta, ma fa davvero bene mantenere le “relazioni diplomatiche” tra il migrante e la società di accoglienza solo in questi termini? Non sarebbe bene fare anche un altro passo e cioè coinvolgere chi cerca e chiede accoglienza in quelle che sono le nostre esperienze quotidiane anche di svago, senza sottolineare sempre la diversità? Ecco che per il migrante diventa importante anche entrare nel nostro modo di vivere il quotidiano, nei dibattiti della società civile, va guidato nell’entrare a far parte dell’opinione pubblica non come migrante, ma come persona.

Forse l’Occidente continua a mantenere un atteggiamento che si porta dietro sin dai tempi della colonizzazione: il fascino dell’esotico, il gusto del diverso che va mostrato, verso il quale avere una curiosità un po’ intellettualoide ma tutto sommato superficiale, avulsa dalle dinamiche della Storia, in un contesto di tolleranza un po’ patinata, fatta di piatti tipici e costumi tradizionali. In realtà integrazione è anche e soprattutto far sviluppare a chi arriva qui col mito dell’Occidente un pensiero critico, e non certo perché questo non esista nei contesti di provenienza; occorre però aiutare la gente a pensare in italiano, in tedesco, in francese, perché solo così le persone potranno appropriarsi veramente del luogo in cui si trovano ad abitare, solo così potranno sentirsi parte di qualcosa, sentirsi cittadini. E’ un po’ come quando l’insegnante di lingua inglese induce gli studenti a pensare in inglese, non solo a tradurre. Padroneggiare una lingua, anche col pensiero, significa addentrarsi in un contesto fatto di relazioni, di sostrati culturali, di economia, di politica, di rapporti istituzionali. Che poi devono a loro volta diventare parte del vissuto quotidiano di chi ci vive, perché non debba sentirsi estraneo. Quando, da occidentali, ci rechiamo in Africa o in Asia, restiamo affascinati dalla diversa concezione del tempo o dal differente rapporto con la natura. Quando i richiedenti asilo vengono qui, devono adattarsi a tanti ritmi e abitudini del tutto nuovi e differenti: il lavoro, il pagamento delle bollette… Eppure nessuno spiega loro che cos’è l’Occidente, che cos’è la sua anima che non è solo colonizzazione e sfruttamento ma è cultura anch’essa millenaria, è cristianesimo e illuminismo, è fede e ragione, è classicismo e novità, antichità e progresso, tradizione e innovazione. Così l’Occidente va spiegato a chi arriva qui a cercare una pace che altrove non riesce a trovare, certo, anche per causa di quello stesso pezzo di mondo così ingombrante. Si dice spesso che i migranti sono una risorsa. Non è forse una definizione troppo politically correct, a ben guardare, dato che l’Occidente ha usato per tanto tempo il resto del mondo come una risorsa; però davvero l’arrivo di genti straniere può significare un momento per riflettere ancora su sé stessi, su chi siamo, senza però dividere il mondo tra noi e loro. L’umanità è una sola e piena di differenze, che non vanno abbattute o eliminate per un istinto globalizzante che di fatto non cancella le incomprensioni reciproche, salvo poi cercare di salvaguardarle in una vetrina che ricorda un po’ i cluster dell’Expo milanese del 2015. Proprio in virtù di queste differenze occorre fornire a chi arriva qui la possibilità di sentirsi parte di qualcosa, perché non ci siano stranieri ma solo cittadini del mondo, diversi eppure capaci di interpretarlo senza che nessuno parta da una posizione svantaggiata.

 

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Post Author: crueltyfree

4 thoughts on “La vera integrazione

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