Legge e valori, due facce della stessa medaglia

Legge e valori sono indipendenti o si muovono all’unisono? Una riflessione sull’impossibilità di slegare due aspetti tanto strettamente connessi, in cui l’una è espressione degli altri o quantomeno da essi è influenzata nei contenuti.

Nelle ultime ore si è imposta all’attenzione dell’opinione pubblica la sentenza della Cassazione in base alla quale i migranti devono uniformarsi a leggi e valori del paese ospitante, stabilendo che non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, pur leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione di quelli della società ospitante. Nella fattispecie, si condannava un indiano Sikh che voleva portare assolutamente il suo coltello sacro addosso. Come sappiamo in Italia occorre avere il porto d’armi, e comunque non si va in giro armati, di coltelli o altro. L’imputato era stato condannato nel 2015 dal Tribunale di Mantova per essere stato sorpreso due anni prima mentre usciva di casa armato di un coltello della lunghezza di circa venti centimetri. Secondo l’indiano tanto il coltello quanto il turbante sarebbero elementi determinanti della cultura e dell’identità Sikh. Avendo fatto ricorso, la Procura della Suprema Corte aveva in un primo momento dato ragione all’uomo, motivando la cosa con la diversità culturale. I giudici di Cassazione hanno però stabilito che il migrante (quello in questione, come tutti) è obbligato a “conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all’ordinamento giuridico che la disciplina”, in quanto “la decisione di stabilirsi in una società in cui è noto, e si ha la consapevolezza, che i valori di riferimento sono diversi da quella di provenienza, ne impone il rispetto”.

La sentenza secondo alcuni farebbe discutere in merito al riferimento fatto dalla Cassazione non solo alla legge ma anche ai valori, non essendo peraltro questi ultimi meglio esplicitati. Andare in giro armati andrebbe contro la legge italiana ma non c’entrerebbe con i valori. In realtà legge e valori, in qualsiasi società, non sono elementi slegati, bensì sono intimamente connessi tra loro. Infatti la legge stabilisce ciò che è lecito e ciò che non lo è anche in base ai valori di un determinato gruppo umano. Dire che uscire armati di coltello è “solo” contro la legge non tiene conto di un aspetto fondamentale che è l’importanza che si attribuisce al “valore vita”. Cambiando terreno, dire che il matrimonio, in quanto istituto giuridico, è solo un fatto di legge, non tiene conto di quanto tale istituzione sia profondamente legata ai valori di un popolo, tant’è che esistono culture in cui il matrimonio poligamico è permesso e altre – monogamiche – in cui il matrimonio poligamico non solo non è accettato dalla legge, ma è sinonimo di infedeltà. Ciò anche per via di un sostrato culturale e religioso che formalizza il matrimonio – e consequenzialmente la famiglia – quale cellula base della società; in alcune culture la poligamia è garanzia di discendenza numerosa così da assicurare una serie di benefici quali aiuto nel lavoro dei campi o sostentamento nella vecchiaia; in altre essa è vietata dalla legge poiché ci sono altri valori, quali il mantenimento della figliolanza legittima all’interno di una struttura famigliare coesa, l’ordine delle generazioni, e più di tutto una presunzione di uguaglianza tra uomo e donna, considerati di pari dignità; tanto più che la maggior parte degli ordinamenti poligamici, con il caso a noi occidentali più noto dell’Islam, prevede una poligamia per l’uomo ma non per la donna trasformandola, di fatto, in una poliginia. D’altro canto da parte dell’Islam la poligamia (o meglio, la poliginia) è un modo per risolvere illegittimità e disuguaglianze, sostenendo la protezione della donna e portando l’uomo ad assumersi le proprie responsabilità verso le donne con cui si relaziona. Una visione che, certamente, difficilmente verrebbe accettata nel mondo occidentale, molto più legato al vincolo e soprattutto al “valore fedeltà” (monoconiugale). Non a caso, fino a qualche decennio fa, in Italia il tradimento era reato, come il concubinaggio e l’abbandono del tetto coniugale, in virtù dell’istituto famigliare, ritenuto valore fondamentale e oggi profondamente cambiato sia nella sua percezione come valore sia nella sua conformazione in quanto istituzione sociale e culturale. Così come l’uso del velo, che in Italia crea problemi in merito al riconoscimento dell’identità di un individuo (vietato è ad esempio anche l’uso del casco integrale in certe situazioni) è una questione fortemente valoriale, che riguarda l’immagine della donna, la sua considerazione nella cultura di origine e di integrazione, il rapporto col corpo e così via. Pensare di scindere legge e valori è miope.

Se pensiamo a quanto la cultura di un popolo, ad esempio, è tutt’uno persino con la lingua con cui si esprime, quanto più la legge non diventa espressione dei valori culturalmente intrinseci a quel popolo? E’ chiaro che non tutto ciò che la legge permette ha un valore morale, anzi, legalità e moralità possono essere anche in conflitto fra loro; ma che la legge si conformi a ciò che è ritenuto, di volta in volta, un valore o un disvalore, è innegabile. Anche perché, altrimenti, non si spiegherebbe la decisione della Procura di accogliere il ricorso sulla base della diversità culturale, accogliendo, di fatto, l’idea che i valori che muovono una cultura non sono quelli che ne muovono un’altra.

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Post Author: crueltyfree

1 thought on “Legge e valori, due facce della stessa medaglia

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