Perché se muore Charlie muore l’Europa

Nessuno è stato Charlie fino a oggi. Nel silenzio dell’Europa si sente lo sgomento di una società che parla di compassione senza sapere che cosa sia.

Un po’ di tempo fa in rete impazzava l’hashtag #jesuischarlie a supporto di quanto accaduto al giornale francese “Charlie Hebdo”. Forse più a supporto del giornale che delle vittime, perché la cosa aveva un senso culturale più ampio; in quel #jesuischarlie c’era l’idea di essere europeo, libero/liberale, con diritto di pensiero, di opinione e di satira, per quanto possa essere discutibile quella degli autori di “Charlie Hebdo”.

Passano un paio d’anni, e di un Charlie in carne e ossa che non sta morendo, ma che i medici si ostinano a ritenere un malato terminale, quasi nessuno parla. Quell’Europa che si era mobilitata per la rivista non ha nessun hashtag #jesuischarlie per un bambino inglese di 10 mesi a cui oggi sarà tolto l’aiuto del macchinario che lo tiene in vita, ma non per questo lo rende meno degno di vivere. Gli italiani con più di trent’anni ricorderanno Rosanna Benzi, la scrittrice che ha vissuto per 29 anni in un polmone d’acciaio. Anche lei veniva tenuta in vita da una macchina, eppure all’epoca non si parlava di eutanasia, di staccare la spina. Certamente non sarebbe stato mai fatto perché Rosanna era in grado di intendere e di volere, di parlare e, attraverso la parola, di difendersi. Charlie è troppo piccolo per parlare, ma ha due genitori, non è un orfano, non è affidato al tutoraggio dei medici, e questi genitori vogliono che il loro piccolo viva, avrebbero voluto fargli seguire una cura sperimentale negli Stati Uniti. Ma i Dottor Morte britannici hanno detto no, la Corte di Strasburgo ha detto no. L’Europa intera ha detto no, in un silenzio complice. Quanti conoscevano la storia di Charlie dai media tradizionali, fino a oggi, quando i telegiornali ne stanno parlando con più lena e con il senso dell’ineluttabile? Dov’è stata la Chiesa Cattolica, dove il Papa, che pure storicamente hanno fatto l’Europa? Qualche voce si è levata, ci sono stati appelli al presidente Mattarella, ma è stato troppo poco. Nel silenzio assenso dell’Europa, anzi, nell’atteggiamento pilatesco della Corte dei diritti dell’uomo (?), Charlie deve morire.

Un bambino su cui è stato decretato un accanimento terapeutico senza nemmeno dargli possibilità di provare una terapia. Un essere umano di cui è stata decretata una sofferenza incompatibile con la vita, senza che realmente la si possa accertare. Che cosa c’è che non va?
Se Charlie muore, muore l’Europa. Sembra una provocazione, una frase forte. Ma è un dato di fatto. Qualche decennio fa l’Europa era sepolta dalle macerie della seconda guerra mondiale e ci fu qualcuno che riteneva che per disabili fisici e psichici non vi fosse diritto a vivere. La tomba dell’umano, la tomba dell’uomo, la tomba dell’umanesimo e dunque la tomba dell’Europa, che poi per ritrovare sé stessa è dovuta passare attraverso l’UE, l’euro e così via, faticando ancora oggi a ritrovarsi. L’Europa, dove l’umanesimo è nato, dove il discorso intorno all’uomo è stato ed è fondamentale, che su questi concetti è nata ed è stata costruita, oggi uccide un bambino innocente. Una macchia imperdonabile su un percorso evolutivo che affronta costantemente il tema dei diritti. Oggi abbiamo la prova di quanto tante chiacchiere in tema di diritti non siano che chiacchiere vuote e ipocrite, di un Occidente che ha razziato e ora fa l’accomodante piangendo i propri mea culpa, e che nel farlo non sa prendersi cura nemmeno di sé stesso.

La morte di Charlie è la morte di tutto quello per cui l’Occidente si vanta di aver combattuto. Charlie continuerà a vivere, in una vita “altrove” o semplicemente nei cuori e nei ricordi. L’Europa si sta staccando la spina da sola.

Please follow and like us:

Post Author: crueltyfree

20 thoughts on “Perché se muore Charlie muore l’Europa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *