La sperimentazione animale, realtà imprescindibile?

La sperimentazione animale resta terreno di battaglia tra chi la vede come indispensabile e chi ritiene che ormai esistano modelli alternativi a sufficienza. Ogni anno solo in Italia vengono sacrificati 600.000 animali per il bene della scienza. Grazie all’opera di alcune associazioni, un certo numero di essi si può recuperare e anche adottare.

In questi giorni di maratona Telethon si riaccende il dibattito, per la verità mai sopito, tra sostenitori della ricerca su animali e antivivisezionisti. I primi sostengono che la ricerca con animali sia indispensabile, i secondi portano per parte loro a dimostrazione dell’inutilità di tale modo di fare ricerca l’incompatibilità tra specie diverse e il fatto che i risultati ottenuti su una specie non siano mai del tutto replicabili poi sull’uomo.

La sperimentazione animale non è solo vivisezione (vietata in Europa dal 2010) e riguarda tanti ambiti, dalla farmacologia alla chirurgia, dai trapianti alla costruzione di dispositivi biomedici alla sicurezza alimentare e così via. Per la sperimentazione animale vengono impiegati, o si potrebbe dire meglio sacrificati, circa seicentomila animali ogni anno. Questo solo in Italia, che insieme alla Svizzera non è nemmeno il paese più crudele sotto questo punto di vista: l’Inghilterra ne usa quattro volte di più, la Francia tre.

Non tutti i ricercatori fanno questa attività a cuor leggero e in tanti provano a cercare altri metodi, ma purtroppo la strada verso un totale superamento del modello animale è ancora lontana. Se per comodità delle aziende farmaceutiche o se per reale impossibilità a farlo, ancora non è dato saperlo. Nella ricerca vengono adoperati soprattutto roditori, 9 su 10, ma ci sono anche scimmie, cani, gatti e altri mammiferi, insetti, molluschi.

A sostegno della sperimentazione animale ci sono farmaci come il talidomide, sedativo testato su animali non umani, largamente somministrato negli anni ’50 e ’60 (anche ai soldati combattenti in Vietnam) e purtroppo risultato tossico nonostante fosse presentato come uno dei farmaci più sicuri sul mercato. Stiamo però parlando di oltre mezzo secolo fa e certamente gli strumenti a disposizione attualmente sono diversi e più numerosi rispetto a quelli in voga allora. Il talidomide peraltro fu somministrato anche a donne gravide causando malformazioni agli embrioni, e si sa che durante la gravidanza limitare il consumo di farmaci è molto importante; il talidomide, però, era usato anche per combattere la nausea e per questo motivo se ne fece uso su donne incinte. In realtà il talidomide fu sperimentato per tre anni su animali prima di essere messo in commercio. Ancora una volta, i fautori del modello animale e quelli che ne auspicano la fine si dividono: se la sperimentazione fosse stata fatta in maniera più approfondita e soprattutto su animali gravidi – dicono i primi – tanti bambini sarebbero nati sani o sarebbero stati salvati; la sperimentazione è inutile, perché il modello animale, una volta applicato sull’uomo, è imprevedibile – dicono i secondi. I quali non hanno tutti i torti, considerato che ogni farmaco va testato successivamente anche sull’uomo e potrebbe dare risultati totalmente diversi da quelli visti sugli animali. Esistono anche non pochi casi di farmaci innocui per l’uomo, anche durante la gravidanza, sono teratogeni su animali. Insomma, si viaggia su un terreno insidioso.

La sensazione che si ha, parlando dell’argomento e auspicando la fine della sofferenza per tutti questi fratelli impiegati nei laboratori, è che non si arriverà mai a un vero accordo. Il cuore fa domandare se davvero non sia possibile non avere alternative, se per gli uomini di scienza il modello animale è un dogma indiscutibile che impedisce di vedere effettivamente altre strade. Pensiero legittimo, considerando che alcuni metodi alternativi almeno per determinate sperimentazioni, pur esistendo, non sono ancora diventati obbligatori, causando sofferenze davvero del tutto inutili a questi esseri viventi. Ciò nonostante il fatto che la direttiva europea 86/609/CEE in materia di protezione degli animali utilizzati a fini sperimentali o ad altri fini scientifici, impone di sostituire o ridurre il più possibile il numero degli animali utilizzati. Ad esempio l’articolo 7.2 afferma che Un esperimento su un animale non dovrà essere eseguito se è disponibile un altro metodo scientificamente soddisfacente per ottenere il risultato cercato che non implichi l’uso di animali, mentre altrove si legge che “la Commissione e gli Stati Membri dovrebbero incoraggiare la ricerca nello sviluppo e nella validazione di tecniche alternative”.

Una buona notizia in tanto dolore, però, c’è. Alcuni animali, dopo la sperimentazione, possono essere recuperati e adottati (ad esempio i conigli di razza New Zealand), grazie al lavoro di alcune associazioni e dei loro volontari.

Il sito novivisezione.org fornisce una esaustiva panoramica sulla ricerca alternativa, disponibile cliccando su questo link.

 

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Post Author: crueltyfree

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