Un gattopardesco greenwashing di massa

Il rischio che manifestazioni come lo sciopero per il clima si traducano in un greenwashing, una mera operazione di lavare le proprie coscienze schierandosi dalla parte di uno stile di vita più sostenibile, facendo proprie posizioni ambientaliste, è reale.

All’inizio fu Israele, diventato il paese più green e vegan del mondo. Lo chiamano veganwashing, un modo per apparire sensibile alle necessità del pianeta e soprattutto dei deboli, come gli animali. Criticato da più parti, il veganwashing israeliano è però rimasto entro i confini dello Stato di Sion e probabilmente quasi nessuno, a parte gli “addetti ai lavori”, ne ha mai sentito parlare.

Adesso stiamo assistendo a un fenomeno più globale, che non potremmo definire veganwashing quanto greenwashing: l’operazione di lavare le proprie coscienze schierandosi dalla parte di uno stile di vita più sostenibile, facendo proprie posizioni ambientaliste e così via. Lo si sta ripetendo a gran voce da più parti: il tempo è poco, la Terra soffre e se continuiamo così, il punto di non ritorno sarà raggiunto fra una manciata di anni. Alla fine è arrivata Greta Thunberg, che ha catalizzato l’attenzione dell’Onu prima e poi del mondo intero, promuovendo lo sciopero globale per il clima a cui hanno partecipato tantissime persone, soprattutto giovani e giovanissimi. Una bella iniziativa, certo, al di là di chi si celi effettivamente dietro la piccola Greta, che è stata anche oggetto di brutte dichiarazioni da parte di tutti quelli che evidentemente non hanno capito quanto la questione cambiamento climatico e inquinamento sia importante (oltre a essere molto tristi nell’attaccare una ragazzina minorenne).

Adesso addirittura si pensa di introdurre in Italia l’ora di educazione ambientale a scuola (ma non dovrebbe bastare quella di educazione civica per capire che la Terra va rispettata?).

Siamo però sicuri che tutta questa mobilitazione di massa porterà a quello che si spera? La questione ambientale ed ecologica va affrontata seriamente. Non basta uno sciopero in piazza fra panini del McDonald’s e ragazzi che forse sono più motivati dalla giornata di vacanza dalla scuola che dall’amore per il pianeta. Non è certo da screditare una iniziativa del genere, perché certamente avrà mietuto i suoi frutti. Anche solo una persona diventata vegan avrà comunque salvato migliaia di animali con la sua decisione e influito meno sull’inquinamento globale.

Se a livello di vite risparmiate, però, la decisione di un singolo o anche di pochi è validissima, a livello planetario bisogna fare di più. E’ necessaria una massa davvero critica per salvare questo pianeta, e non basterà fare la differenziata o usare meno acqua. Sono gli allevamenti intensivi a essere fra le cause più influenti dell’inquinamento di questo piccolo, grande pianeta dell’Universo sconfinato, e se non si passa in massa a un’alimentazione vegan poco avremo risolto.

Ma non basta. Non è solo questione di educazione alimentare o ambientale. Occorre anche un altro passaggio fondamentale, anzi IL passaggio fondamentale, quello alla compassione globale. Perché non basterà neppure ridurre l’inquinamento per aiutare Gaia e noi tutti a respirare un po’ e a scongiurare il rischio di una catastrofe mondiale. Purtroppo l’ecologia è una tematica complessa, e non riguarda solo le azioni ma anche (e forse in primo luogo, poiché ci spiega come tutto è collegato) le relazioni. Non basta non mangiare animali, bisogna capire che sono esseri senzienti e viventi. Non basta sprecare meno acqua, occorre amare questo pianeta a partire da ogni singolo gesto. Non basta scendere in piazza uniti per un giorno, bisogna ricordare che siamo tutti esseri viventi ogni giorno, uniti da un unico destino. Bisogna vestirsi in modo etico, mangiare in modo etico. Bisogna togliere il seme di ogni violenza, il seme di ogni guerra, perché dopo l’inquinamento ci sono altri danni che potremmo fare al pianeta e che già stiamo facendo, come genere umano: conflitti, genocidi, costruzione e vendita di armi.

Sembrerà che stiamo volando troppo in alto con questi pensieri; e invece, stiamo volando basso. Rasoterra. Anzi, alle fondamenta. Scioperare per il clima non porta a nulla se non c’è un cambiamento reale e concreto di abitudini, sia pratiche che del cuore, che parte dall’abolire i prodotti animali dalla propria dieta. Perché fra le due cose c’è un collegamento, anzi più d’uno, e alcuni li abbiamo spiegati sinora. Non basta neppure “limitare il consumo di carne” o “abolire gli allevamenti intensivi”, come molti dicono. Non basta, perché prima di tutto affinché tutti possano mangiare “un poco” di carne a livello mondiale, continua a esserci la necessità di tenere pieni i banchi di supermercati e macellerie. Pensate di entrare in un supermarket e trovare il banco vuoto: ohibò! Diciamo la verità, quasi nessuno è disposto a rinunciare alla scelta, anche se poi compra e mangia “pochissima carne”. Col risultato che, anzi, molta di quella carne andrebbe pure buttata via vanificando ulteriormente il sacrificio della vita di tanti animali e ridendo in faccia alla penuria alimentare di cui soffre mezzo mondo.

La carne di allevamenti cosiddetti “etici” (ma dov’è l’etica nell’uccidere?) costerebbe certo di più, e non tutti potrebbero permettersela, col risultato di creare ulteriori squilibri economici fra chi può e chi non può, fra chi ha e chi non ha (lo stesso motivo che attualmente rende in alcuni casi la dieta vegan una scelta per benestanti). Ancora, come si può dire di amare il pianeta, continuando ad ucciderne gli abitanti?

E non pensiamo sempre che il problema sia ridurre la carne consumata in Occidente. Con il miglioramento delle condizioni di vita che, auspichiamo, possa esserci ovunque, molte persone inizieranno a mangiare carne (che ora non possono permettersi per ragioni economiche) e la richiesta di carne, anche se il singolo ne riduce il consumo, aumenterà. Davvero c’è qualcuno che pensa di poter ridurre gli allevamenti intensivi e relative emissioni, a queste condizioni? Siamo oltre 7 (sette!) miliardi sul pianeta.

Di Greta ha invece avuto poca eco il fatto che lei sia vegana. Forse l’unica cosa che davvero avrebbe contato sottolineare. Chissà, magari avrebbe avuto meno seguito?

Ad ogni modo ecco dove sta il greenwashing globale: addomesticare un tema che attualmente risulta sovversivo per gli interessi economici di tanti potentati mondiali, al fine di lavare la coscienza comune, senza effettivamente risolvere i gravi problemi che andrebbero affrontati con urgenza. Non è un veganwashing perché, appunto, è ancor più aleatorio: essere genericamente verdi, genericamente ambientalisti, avere l’illusione di parlare senza tuttavia acquisire quel potere in grado di svolgere effettivamente un’azione efficace. Gattopardianamente, cambiando tutto perché nulla cambi.

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Post Author: crueltyfree

5 thoughts on “Un gattopardesco greenwashing di massa

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