Veganwashing israeliano, cos’é?

Il “veganwashing” è un modo per apparire puliti agli occhi del mondo, mentre si continuano a perpetrare crimini verso la popolazione palestinese.

Israele è la nazione con il più alto numero di vegani al mondo. Sembrerebbe una buona notizia. Purtroppo non è proprio così. Questa grande sensibilità della nazione israeliana alla dieta veg viene definita “veganwashing”. Ossia un modo per apparire puliti agli occhi del mondo, mentre si continuano a perpetrare crimini verso la popolazione palestinese.

La situazione mediorientale, e in particolare il conflitto arabo-israeliano, sono diventati ormai una matassa intricata in cui non si può più dire chi abbia torto e chi ha ragione. Certo, Hezbollah non è una combriccola di santi. Ma, per semplificare un po’ le cose, bisogna andare all’origine.

La storia dell’occupazione della Palestina da parte dei sionisti è nota. Nel 1948 a seguito di alcuni accordi con l’Inghilterra (come la Dichiarazione Balfour del 1917) nasce ufficialmente lo Stato di Israele, con la dichiarazione Onu del novembre 1947. L’esodo ebraico verso la Palestina era già iniziato da almeno un secolo, ma dopo la Shoah si fece più imponente. Si era rafforzato il movimento sionista, a favore della necessità di uno Stato ebraico in quello che veniva ritenuto come un territorio giudaico. Effettivamente gli Ebrei, fino alla diaspora succeduta alla distruzione del tempo di Gerusalemme nel 70 d.C. ad opera del romano Tito, abitavano in quelle zone, ma poi si dispersero emigrando soprattutto in Nord Africa e Europa.

Da allora sono passati secoli, ed è ovvio che la società in Palestina si sia stratificata diversamente, venendo peraltro interessata dall’avanzata della religione islamica. Per cui i palestinesi (che attualmente sono cristiani per il 2%) sono diventati una nazione araba. Pensare di andare lì di punto in bianco e instaurarvi uno Stato non è certo una decisione felice, soprattutto alla luce del fatto che l’arrivo dei giudei non è stato indolore: i palestinesi sono stati confinati in veri e propri campi profughi (come nella Striscia di Gaza o a Damasco, vi dice qualcosa questo nome, sul conflitto siriano?), vedendosi tolte le terre e persino l’acqua (bene preziosissimo per tutti, ancor più in un territorio arido come quello palestinese). Anche Gerusalemme, dove sorge il secondo luogo sacro dell’Islam per importanza dopo La Mecca, è stata al centro di tensioni – e lo è ancora. In questa condizione è ovvio che il conflitto non avrebbe tardato a manifestarsi. Adesso per difendersi Israele ha costruito un muro e i palestinesi vivono confinati come in una riserva: non possono entrare ma soprattutto uscire liberamente, non possono viaggiare, vengono ammessi con difficoltà a Gerusalemme, tutto ciò con ricadute importanti sull’istruzione o sull’accesso alla sanità. D’altra parte Israele, che in un certo senso ha contribuito a creare il terrorismo di stampo islamico (come quello di Hezbollah, appunto, oltre a una grande vena di risentimento di tutta la nazione araba verso l’Occidente), ora si vede circondato da quelli che definisce “Stati canaglia”. Il confine tra resistenza e terrorismo è diventato labile. E la questione israeliana ha finito per coinvolgerci un po’ tutti.

D’altra parte Israele è uno Stato occidentale in terra musulmana, ed è dunque più vicino, ideologicamente parlando, all’Europa e all’America che al Medio Oriente dove si è andato a insediare. E quindi in qualche modo anche le apparenze vanno salvate. C’è da dire, però, che nonostante Tel Aviv si fregi del titolo di capitale più vegan friendly del pianeta, il consumo pro capite di carne in Sion è fra i più alti al mondo (si tratterebbe del quarto paese per consumo di carne pro-capite) e c’è da ricordare che la produzione di vegetali israeliana avviene proprio in quei territori sottratti ai palestinesi.

Chi ha visitato l’Expo italiana nel 2015 avrà potuto rendersi conto di com’era progettato il padiglione di Israele: sulle pareti c’erano diverse coltivazioni e il tema era Fields of tomorrow. Una riflessione sulla rivoluzione agricola del futuro assolutamente in linea con la facciata ecologica che Israele sta mettendo in atto e che sicuramente può anche essere genuina. Ma si scontra inevitabilmente con tutto quello che sta accadendo in Medio Oriente dove si può dire sia stato effettuato un vero e proprio land grabbing ai danni della popolazione palestinese, per non parlare delle risorse idriche. Serve una enclave occidentale in un’area tanto calda? Questa non è la sede per dirlo e non spetta nemmeno a noi, umili osservatori del mondo. Sicuramente c’è modo e modo per salvaguardare la sicurezza internazionale e impedire a un popolo il proprio sviluppo, beh…probabilmente non è tra le mosse migliori. Non foss’altro perché poi è probabile che si ritorca contro chi la fa. Proprio come sta accadendo da decenni in Palestina-Israele.

 

 

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Post Author: crueltyfree

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